Paranoie notturne al chiar di luna – Racconto

Avrei voluto che sapesse senza parlare. Avrei voluto che capisse, che sentisse. La gola bruciare, il petto scaldarsi, le ciglia bagnarsi, lo stomaco stringere, i polmoni spostarsi di lato per lasciare un enorme buco nel mezzo, vuoto. Le arterie scoppiare, il cuore fermarsi, il sangue scorrere più veloce, il respiro mancare. Volevo che sentisse tutto questo, senza parlare.

Vorrei che stessimo sempre in silenzio. Potremmo scambiarci i pensieri, scambiarci le sensazioni, scambiarci i passati, gli errori. Potremmo scambiarci. Tu dentro di me e io dentro te. Non abbiamo bisogno di buttare fuori parole per sentirci le menti, farle coincidere. Si sente tanto, in silenzio.

“Nessuno vorrebbe mai farlo con te” aveva affermato Erebo con sicurezza.

“Non c’è niente di interessante, niente da raccontare, niente che qualcuno possa voler sentire”.

 

Non chiudo occhio da tre giorni ed Erebo continua ad intasarmi le orecchie. Ho sonno e appena mi stendo Erebo si siede sul mio diaframma e pesa, pesa tanto e mi manca il respiro, mi schiaccia i polmoni finché non apro gli occhi e mi tiro su a sedere. Non posso dormire, riesco solo a pensare, immaginare qualcuno che pensa con me, i suoi pensieri con i miei, dividerci un po’ il peso di tutto ciò che ho in testa.

Mi siedo sulla poltrona davanti all’ampia finestra del salotto. È verde spento, come le lunghe tende, fermate ai lati.

Osservo la luna splendere nel cielo e la città spenta. Avranno tutti gli occhi chiusi. Io non posso, Erebo non vuole. Chissà cosa ne vorrà fare di me. Forse fra qualche giorno vorrà chiudermi gli occhi per sempre, per scusarsi di tutte le notti insonni.

La conosco bene la luna, ormai. Alle quattro del mattino abbiamo sempre appuntamento, quando mi siedo su quella poltrona, col respiro strozzato e gli occhi sempre aperti.  Erebo mi dice continuamente che devo tenerli spalancati per osservarla bene. Vedere i suoi cambiamenti, notte dopo notte. Io non parlo, non spreco il poco fiato che ho e obbedisco.

Eccola, stasera è più bella del solito. Sembra che mi sorrida. Sembra che sia una delle ultime volte che ci vediamo. Le faccio ciao ciao con la mano.

Sei bellissima, penso.

Sembri quasi come me. Di giorno nascosta, di notte sempre sveglia. E nessuno ti guarda, a nessuno sembri interessare. Ma a me sì. Comunichiamo moltissimo. Io penso e lei è sempre ferma che mi osserva ed ascolta.

 

Al quarto giorno senza dormire spesso ho le allucinazioni.

Erano le sette e quaranta quando mi sono alzata dalla poltrona. Sono in ritardo. Non distinguo neanche più le ore ormai, è tutto dannatamente uguale. Riesco fortunatamente ad arrivare in tempo in ufficio e mi siedo alla solita scrivania, accanto alla finestra a vetri. A due computer di distanza vedo Joe. O forse è Matt. Parla annoiato con un cliente, spiegando sempre le stesse cose, quelle che ogni giorno, da vent’anni, deve ripetere una quindicina di volte; e risponde alle identiche domande stupide che gli acquirenti non si risparmiano mai di fare. Vedo la sua spalla, coperta da una camicia bianca. Stesso sguardo di ieri, della settimana scorsa, di quella prima.

Sento una vocina a dirmelo.

“Sono io, sempre io, sempre la stessa. Ogni giorno uguale. Ha tante copie di me nell’armadio. Ha tante cose nell’appartamento. È ben arredato, la cucina è grande, lo schermo piatto di ultima generazione, ci sono ben quattro dei quadri più costosi. E c’è sempre così tanto silenzio. Buio. Ogni sera lo sentiamo trafficare un poco in cucina e dopo venire a dormire. La mattina, in bagno, dopo avermi indossata, allo specchio guardo il suo viso. Nei suoi occhi vedo lo stesso nulla che lo accompagna giorno dopo giorno. Lo stesso silenzio che lascia in casa. Dopo, quando esce, vedo tanti altri come lui. Tutti appresso alle vostre vite vuote, che cercate di riempire con cose altrettanto vuote. Una matrioska del nulla.”

Ha parlato davvero o la sento solo io?

Vedo la sua bocca muoversi leggermente nella piega vicino al gomito. Ora sembra che mi sorrida. Continuo a guardarla. Le camicie sono coraggiose. Ci guardano ogni giorno, qualunque cosa facciamo. Notano le cose, sono attente. Hanno il coraggio di dirci le cose. Quelle di cui non ci accorgiamo, quelle a cui ci abituiamo, che ci sembrano normali.

Sono appena uscita da quell’ufficio di robot. Tutti così là dentro. Dietro alle loro vite talmente ormai prive di senso da tempo da sembrare piacevoli, quotidiane.

Vado a comprarmi una camicia bianca.

Ti prego, almeno tu, parlami, ascoltami i pensieri, capiscimi.

Eppure, allo specchio del camerino, rimane immobile.

Dimmi cosa sbaglio. Ti prego, almeno tu…

Silenzio.

Lo stesso che mi accompagna da anni.

Esco dal camerino e mi dirigo a prendere un’altra camicia. La provo. La guardo. Un debole sorriso. Mi basta. Ti prego, almeno tu…

Mi siedo sul piccolo sgabello. Eccola. La piega sul mio fianco sinistro. La sua bocca.

Pago e immediatamente desidero sedermi sulla poltrona verde spento con lei.

 

 ▪︎▪︎▪︎

 

Sono passati ormai un po’ di mesi. Mi conosce. Mi piace parlare con lei. Troppi pensieri si ammucchiano, uno sopra l’altro e diventano sempre di più, sempre più grandi, finché la testa ti esplode e non capisci più niente, non trovi più il senso in nulla, in nessuna cosa della tua vita.

La mia testa è esplosa, tempo fa e nessuno mi ha aiutato a rimettere insieme i pezzi.

Adesso però non mi sento scoppiare. Ogni notte lei rimane sveglia per me. La poggio sul cuscino ed osservo il suo biancore, i suoi bottoni semitrasparenti e il colletto un po’ spiegazzato, nella pallida luce fredda della luna che entra dalla finestra. Le racconto di tutto. Ieri sera le ho parlato del mio cuore. Sono successe tante cose strane. L’ho resettato. L’ho buttato nel congelatore e adesso non si trova più. Chissà che è diventato ora, forse un pezzo di ghiaccio enorme. Alcune volte invece ho fatto finta che non ci fosse, che non esistesse. Scomparso.

 

Butto fuori parole su parole, ogni sera. La massa nera e informe che ho in testa sembra alleggerirsi un po’.

Non sento più Erebo da giorni. Ogni tanto torna, a ricordarmi che in fondo, dentro di me, c’è sempre. Però pesa meno, quando mi sdraio, sullo sterno.

Pesa meno, giorno dopo giorno. Se mi concentro, posso quasi non sentirlo.

 

Posso

quasi

non sentirlo.

 

Me lo ripeto, sussurrando.

 

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Riapro gli occhi.

Erano chiusi.

Ho dormito.

Stanotte.

Ho dormito.

 

Penelope Riccobono / Liceo Classico Galileo di Firenze, classe 3B