Covid-19: Siamo uguali rispetto alla malattia e alla cura?

Sofia de Martino, 3A

La pandemia nella sua atroce drammaticità è stata per me un’occasione di riflessione su alcuni temi che non pensavo di dover affrontare. Prima che la diffusione del virus sconvolgesse le nostre vite ero già in qualche modo consapevole di alcune cose che mi sembravano comunque sbagliate ma sulle quali non mi ero soffermata perché francamente mi coinvolgevano in maniera molto indiretta.

Sapevo per esempio, poiché fin da piccola ne ho potuto usufruire, che esisteva un sistema sanitario accessibile a tutti e poi nel tempo, quando sono stata in grado di capirlo, che la salute è un diritto inalienabile e sancito dalla nostra Costituzione. Rispetto a tutto questo comprendevo che la realtà era però sostanzialmente differente. Quando i miei genitori o i miei parenti hanno avuto bisogno di visite mediche o di cure specialistiche il sistema sanitario pubblico si è dimostrato sempre lento e praticamente non disponibile. Lunghe liste d’attesa, prenotazioni che duravano mesi, magari per trattamenti o accertamenti anche urgenti che nel nostro caso venivano superate e risolte in tempi molto più rapidi da specialisti capaci e disponibili rivolgendoci a strutture private e a pagamento.

In quelle occasioni già emergevano tutte le contraddizioni e le disparità tra chi poteva permettersi cure e diagnosi e chi invece, non avendo disponibilità economiche, magari era costretto ad aspettare e sperare.

Quando l’epidemia, dalla quale siamo ancora e purtroppo afflitti, ha iniziato a crescere in maniera esponenziale ho cominciato ad assistere a scene e ad ascoltare racconti che mi hanno sconvolto: le vittime, numerosissime, gli ospedali saturi di pazienti in condizioni molto gravi, i medici e il personale sanitario costretti a trasformarsi da un  giorno all’altro in eroi e a combattere come nelle trincee.

Pensavo che il mio paese evoluto, industriale e moderno fosse in grado di reagire in maniera diversa e più efficace a tutto questo. Pensavo che le epidemie, delle quali avevo già letto o sentito parlare negli anni precedenti,  potessero colpire soltanto aree geografiche del pianeta nelle quali la popolazione viveva in condizioni estremamente difficili e che questi fossero gli unici luoghi nei quali tragedie simili potevano accadere. Invece ho scoperto che nel mio paese, nella mia città, intorno a me il virus era un nemico invisibile e inarrestabile contro il quale anche il nostro sistema sanitario appariva debole, inefficace ed estremamente lento.

Ho scoperto che questa situazione era il frutto di anni in cui la sanità era stata uno dei settori maggiormente sacrificati, che importanti tagli alla spesa pubblica avevano riguardato proprio le strutture ospedaliere, le attrezzature mediche, i reparti e il reclutamento di personale personale sanitario e che quindi, già prima dell’arrivo del virus, erano state fatte delle scelte che che negavano l’importanza della salute pubblica, in quanto limitavano già il diritto alla cura e prima ancora alla prevenzione delle malattie.

Le lunghe giornate trascorse in casa durante il lockdown con i miei genitori incollati davanti alla televisione a seguire bollettini e programmi informativi sulla diffusione della malattia e sul drammatico bilancio costantemente aggiornato dei malati e delle vittime hanno aggiunto riflessioni ancora più sconvolgenti e difficili da sopportare.

Spesse volte infatti ho sentito le testimonianze di medici e infermieri che raccontavano di come erano stati costretti, nei momenti di maggiore pressione sul sistema sanitario con gli ospedali pieni e i macchinari insufficienti a curare tutti i malati, a fare delle scelte atroci, a decidere chi doveva essere salvato e chi invece doveva soccombere. Ovviamente la scelta ricadeva nella maggior parte dei casi sui soggetti più anziani per i quali le cure rischiavano di essere alla fine comunque inefficaci o insufficienti.

Quello che veniva intaccato quindi era il diritto alla salute che dovrebbe prescindere dall’età, dal sesso, dalla religione e dalle possibilità economiche. Veniva allo stesso tempo distrutta la tenuta psicologica anche di chi quelle decisioni estreme le doveva prendere, e che per dovere etico prima ancora che professionale era tenuto a salvare tutti.

Penso e spero che, quando tutto questo sarà finito, la memoria di quello che abbiamo vissuto in questi giorni serva a migliorare investendo risorse e attenzione al tema della salute che coinvolge l’intera società.

Mi auguro che le fasi che ci aspettano, quelle delle cure e dei vaccini, mi aiutino a riacquistare un po’ di fiducia, e non si rivelino invece come l’ennesima occasione perduta di cambiare, di cominciare a ragionare sul fatto che  non solo la salute sia un  diritto nazionale ma che debba necessariamente riguardare tutta l’umanità. La debolezza o l’impossibilità ad accedere alle cure e alle medicine è una minaccia per tutti e quanto prima gli stati e i governi comprenderanno che l’uguaglianza dei diritti tra tutti gli esseri umani e le possibilità di sopravvivenza del nostro intero pianeta sono profondamente e inevitabilmente connessi.